Maggio 29, 2007

Poesia di un cuore Macca Liotru
Questa e’ una poesia di un fratello Rossazzurro,Ignazio,che scrive sul muro di CalcioCatania.com.
Ti proteggerò dagli sciacalli e i corvi rosanero,
dalle sconfitte che per la tua via incontrerai.
Dalle ingiustizie e dagli inganni del palazzo,
dai cucchiamenti che per tua natura normalmente attirerai.
Ti solleverò dai fallacci e dai calci di rigore,
dalle persecuzioni e dalle gazzette.
Supererò le correnti arbitrali,
De Marco e Gabriele
per non farti ingabbiare.
E guarirai da tutte le mavarie,
perché sei una squadra speciale,
ed io, tifo solo per te. Vagavo per i campi del CND
(come vi ero arrivato, chissà).
Non hai fiori verdefucsia per me?
Più veloci di cirnechi i miei sogni
attraversano il mare.Ti porterò soprattutto il calore e l’entusiasmo.
Percorreremo assieme le vie che portano all’orgasmo.
I profumi di via Cifali inebrieranno i nostri corpi,
la ressa ai cancelli non calmerà i nostri sensi.
Canterò i nostri cori come non mai.
Conosco solo un amore, e mai lo tradirò.
Supererò le correnti arbitrali,
De Marco e Gabriele
per non farti ingabbiare.
Ti porterò per sempre con me,
perché sei squadra speciale ed io tifo solo per te…
io sì, tifo solo per te.(Fonte: http://blog.libero.it/oldelephantsct/)
Maggio 22, 2007
Le vite degli altri è ambientato nel 1984, quando la Stasi è arrivata a organizzare 13 mila funzionari per comandare un esercito di 170 mila collaboratori non ufficiali con l’incarico di controllare e sorvegliare un’ intera società. E’ anche una parabola spietata e insieme ottimista sul Potere, in ogni epoca e luogo. Il tono freddo della fotografia, le scenografie anonime e i pochi colori dominanti bastano a immergerci nell’atmosfera disumana e glaciale della Ddr di vent’anni fa. La vita degli altri è una dimensione segreta, impenetrabile. La vita degli altri è una realtà a noi preclusa. Eppure la vita degli altri, col suo carico di destino che deve rimanerci nascosto, può essere violata, ci si può inserire nelle sue pieghe, afferrandone gli aspetti più segreti. Alla vita quotidiana fatta di paure ed espedienti fa da cornice una Berlino grigia e desolata, una fotografia cupa e bruna con tinte monocromatiche che avvolge i personaggi decisi a sopravvivere, a compromettersi e a resistere. Ogni frase, ogni incontro, ogni sguardo può non essere casuale. La storia dello scrittore, bello e intelligente e della sua donna, Christa-Maria, attrice fragile e sensuale ruota attorno ad una cerchia di amici, intellettuali strozzati dalla Stasi che disperatamente cercano di restare a galla e di portare avanti il baluardo della libertà. Un paese con tasso di suicidio fra i più alti. La stretta sorveglianza, le perquisizioni, gli interrogatori, la prigionia, la limitazione di ogni forma di espressione e l’impossibilità di essere o pensarsi felici. Una dittatura che ti succhia tutto il midollo, che ti reprime e ti sopprime e quando non riesci più ad esprimere te stesso, inizi a scendere verso il fondo senza poterne più risalire. Una spia anonima che resta impigliato nella vita degli altri senza riuscirne a venir fuori, rimanendone incantato, coinvolto a tal punto da stravolgere la vita stessa dei protagonisti. Salvando lo scrittore, facendo redimere lei nella scena più drammatica dove l’eroe e l’uomo si confondono con un misto di sentimenti che oscillano agli opposti fra incredulità e amore. La storia di un uomo anonimo e solo che cerca un senso in una vita che non gli appartiene. Spiando la coppia di artisti, si introduce nel mondo dell’arte e dello spirito libero, delle relazioni umane, che lui non cura. La sua corazza si inizia a sciogliere con il calore delle lacrime che gli solcano il viso ascoltando la “Appassionata” di Beethoven (“Sai cosa diceva Lenin dell’Appasionata di Beethoven? “Se continuo ad ascoltarla non finirò la rivoluzione”. Può qualcuno che ha ascoltato, veramente questa musica essere davvero una cattiva persona?”) per poi farsi ammaliare da Brecht. Siamo davanti la grande storia (quella della Germania dell’est nei suoi ultimi anni di cupo potere), la piccola storia (degli uomini e delle donne che si dibattono per sopravvivere agli eventi), le passioni, la fame di potere, la possibilità di scegliere e di cambiare il corso degli eventi. C’è tutto ciò che riguarda l’umanità con la bassezza, la mediocrità, la grandezza dei piccoli gesti della quale è capace. Il regista riesce a dare ad ogni personaggio quella terribile dimensione da mezze qualità, costantemente imperfetti, pronti al compromesso basso con se stessi, disposti a rinunciare persino ad un pensiero individuale pur di lasciare andare le cose come vanno, pur di sopravvivere. E’ qui che “La vita degli altri” raggiunge il suo apice: in questa capacità di restituirci le parti più nascoste, subdole, inaccettabili di noi stessi. Permettendoci di fare i conti con il lato oscuro dell’essere umano. La vita esteriore della spia che non cambia, dopo la caduta del muro. Triste, grigia come l’avevamo vista all’inizio. L’unica differenza, la più grande differenza è in quel sorriso che gli illumina il viso nel leggere la dedica sull’ultimo libro del drammaturgo e in quel sorriso si può trovare tutto il senso di questo film grandioso.
Assolutamente da vedere.
Maggio 21, 2007
Il premio Nobel giapponese Kenzaburo Oe racconta come comunica col figlio attraverso la musica.
“Mia moglie e io abbiamo un figlio con un handicap mentale. Tra le due parti del suo cervello mancano connessioni importanti: perciò non potrà mai collegare le parole al loro significato. Così hanno detto i medici dopo il primo, difficile intervento chirurgico. All’epoca, Hikari era un bebè.
Naturalmente io e sua madre siamo rimasti choccati da questa diagnosi. A chi la osservava dall’esterno, mia moglie non mostrava nessuna reazione, nessuna delusione né tristezza, nulla. Anch’io mi sentivo come se avessero cancellato i miei sentimenti. Però, combattevo contro i fatti, e allo stesso tempo mi odiavo. Ho scritto un libro sulla fase traumatica che abbiamo attraversato dopo la nascita di Hikari; la scrittura mi ha aiutato a superare la rigidità. Dopo di che, mio figlio diventò il centro della mia vita. Imparai a convivere con il suo silenzio, poiché non desideravo più lottare per cercare di superare il suo handicap.
Hikari è nato il 13 giugno 1963. Dall’agosto dello stesso anno, quando subì la sua prima operazione al cervello, ero ossessionato da lui. Vivevo senza sogni, sia buoni sia cattivi. A volte pensavo fosse meglio che Hikari morisse, e un istante dopo mi chiedevo che razza di uomo fossi.
Ormai mio figlio ha 44 anni. Ha trascorso la maggior parte del tempo chiuso in se stesso, senza contatti con il mondo esterno. Nel corso degli anni, però, di tanto in tanto si è aperta qualche finestra. A quattro anni, per la prima volta, ha reagito a una voce: si trattava del canto degli uccelli su una registrazione. Gli preparai un nastro interminabile, con versi di specie selvatiche, che lui ha ascoltato per due anni, ora dopo ora, giorno dopo giorno. Quando aveva sei anni, durante un’estate trascorsa nella nostra baita sul lago, sentimmo il fischio di un uccello. All’improvviso Hikari disse, piano: “Questo è un rallo d’acqua”. La sua voce aveva l’accento della persona con cui stava parlando. Così iniziò la difficile comunicazione tra lui e noi.
Negli anni seguenti, Hikari iniziò ad ascoltare attentamente Beethoven, Bach e Mozart. Poi iniziò a comporre brevi brani. La sua era una musica molto personale, che non assomigliava a nulla di quello che avevamo ascoltato fino a quel momento: così, almeno, la giudicavano alcuni miei amici compositori. A vent’anni Hikari pubblicò il primo cd, che in Giappone ebbe un enorme successo. La sua musica è meravigliosa, profondamente umana. Per tutto il resto, a 44 anni, Hikari è al livello di un bambino di quattro. Ogni volta che dimostra una reazione al mondo esterno, mia moglie e io siamo molto felici. Poco tempo fa, se si chiedeva a Hikari quale uccello avesse ascoltato quel giorno, lui prendeva un cd dalla sua enorme collezione e lo mostrava. Questo dimostra che siamo vicini a realizzare un sogno che non abbiamo mai osato sognare: mai ci saremmo potuti immaginare che nostro figlio arrivasse almeno a quel punto. Perché per decenni in noi non c’è stato spazio per i sogni.
Quando, nel 1994, ottenni il premio Nobel per la letteratura, mi recai in Svezia assieme a Hikari. Entrambi prendemmo a noleggio uno smoking, e un giornale commentò così una nostra fotografia: “Kenzaburo Oe e il geniale figlio”. Fu una frase che mi rese molto, molto felice.
Alcuni anni dopo trascorsi alcuni mesi a Berlino. Quando tornai a casa, Hikari smise all’improvviso di comporre, per dedicarsi totalmente allo studio della teoria musicale. Io ero molto preoccupato, ma mia moglie mi tranquillizzò: “Probabilmente il suo tempo da compositore è passato”, diceva. Durante i cinque anni successivi, nei quali Hikari non scrisse una nota, mia moglie non commentò mai il suo isolamento: non disse una parola. Mia figlia parlava ogni giorno con il fratello al telefono, e lui a volte sorrideva, a volte annuiva, ma senza mai rispondere, come se risucchiasse in sé tutte le parole.
La mattina del mio settantesimo compleanno, mia moglie si avvicinò al mio letto e disse: “Hikari ha composto qualcosa”, mostrandomi le note che aveva scritto. Il titolo era: “Mio padre compie 70 anni - Una gigue” (antica danza tradizionale europea, ndr). Il pezzo cominciava in modo assolutamente triste, ma verso la fine si convertiva a toni più ottimisti. In famiglia avevo spesso parlato del mio invecchiamento in modo autoironico. All’improvviso mi fu chiaro che Hikari aveva capito bene quelle frasi, ma l’ironia gli era sfuggita. Con la sua composizione, voleva incoraggiarmi: “Padre, non essere triste: sei una persona che vale, anche a 70 anni. Goditi la vita”.
Mi commossi. Per la prima volta nella vita, Hikari aveva dato alla sua musica un significato riconoscibile anche per noi. All’improvviso, desiderava usarla per esprimere i suoi sentimenti. Il fatto che, tutto d’un tratto, collegasse tra loro i toni e le parole significava per me una conquista grandiosa, una felicità che non avrei osato sperare. Ora mio figlio, attraverso le composizioni, manda messaggi a suo padre e al mondo.
Se esiste un futuro per un vecchio come me, può essere solo in un sogno, e io sto per concluderlo. Non temo la morte: la aspetto come un passaggio naturale. L’unica paura che provo è per Hikari. Io sogno che la mia famiglia possa, un giorno, fargli capire il significato della mia morte. Solo in questo modo posso imparare, mentre vivo, a separarmi da mio figlio. Lentamente. In un modo che sia il più naturale possibile.”
(da Donna, settimanale di Repubblica, del 12 maggio 2007, testo raccolto da Andrea Thilo per Die Zeit)
Maggio 16, 2007
Pedofilia e illusione della verità
Da il “Foglio” il parere della psicologa.
Milano. “Diciamolo in inglese, che così magari ci prendono più sul serio: questi processi si basano su un meccanismo che nella psicologia cognitiva viene definito illusion of truth: l’illusione della verità, un concetto caro anche a Spinoza. Costruiti sui rumours (dicerie) che diventano reali nel momento in cui vengono espressi verbalmente e finiscono nel circuito mediatico. Il resto non conta”.
Giuliana Mazzoni è una studiosa delle trappole delle memoria nell’età evolutiva e ha insegnato Psicologia cognitiva applicata all’indagine giudiziaria sia in America che in Gran Bretagna. In Italia però è conosciuta per la sua indefessa caccia agli “abusologi”: psicologi che spesso, sostituendosi all’autorità giudiziaria, ricostruiscono i fatti sulla base dei racconti dei minori, poi smentiti. E dopo aver osservato il processo (per ora solo mediatico) alle maestre della scuola Olga Rovere, ha subito pensato a un altro caso giudiziario, celebrato a Brescia e conclusosi con l’assoluzione di un gruppo di maestre dove la sua consulenza è stata determinante, che aveva lo stesso copione.
“A Rignano Flaminio le testimonianze dei bambini non erano state registrate e non mi sono sorpresa”, spiega al Foglio. “La violazione di ogni ragionevolezza con cui si dovrebbe costruire una prova accade spesso (solo in Italia però) nei processi per abusi sessuali sui minori. Ma non dobbiamo giudicare troppo severamente i genitori. Io comprendo e giustifico la loro paura che li spinge a diffondere un contagio emotivo e a scatenare una serie di fraintendimenti all’origine dell’errore giudiziario.
Ci si può chiedere come possa un genitore arrivare al punto di indurre il proprio figlio a masturbarsi davanti a un videoregistratore per simulare gli abusi subiti (come è accaduto a Rignano, a Asti eccetera, ndr), ma il paradosso è proprio questo: quando scoprono che la violenza non era reale, i genitori, invece di tirare un sospiro di sollievo, rimangono delusi perché sono così ossessionati dalla loro idea da non riuscire a prendere in esame altre ipotesi alternative. Ma se non ci fossero stati loro, a intervenire in modo pesante anche se ingenuo, noi non avremmo mai potuto capire come si crea un processo sommario, indiziario”.
Infatti oggi Giuliana Mazzoni ha un obiettivo: elaborare delle linee guida concrete che diventino obbligatorie nei processi per pedofilia. Come già accade in Inghilterra, dove nel 1990 il ministero degli Interni ha adottato una serie di regole per evitare errori giudiziari. Lei in Inghilterra viene spesso incaricata dai pubblici ministeri di valutare i racconti dei testimoni, vittime di presunte violenze sessuali, mentre in Italia il suo nome appare solo fra i consulenti della difesa, avvocati di presunti pedofili, per individuare gli errori giudiziari. Un fatto, questo, che spiega bene la filosofia giuridica a cui si ispirano molti dei nostri processi in materia. “Prima regola: i bambini non dicono sempre la verità, anzi. Tendono a dire bugie per liberarsi dalle pressioni degli adulti”, dice.
“Bisogna utilizzare interviste cognitive con domande dirette che non contengano suggestioni e con stratagemmi per verficare la loro attendibilità. Seconda regola: mai fare pressioni. Chi ha subito una violenza, lo ammette quasi sempre spontaneamente. Terza regola: non fare interpretazioni forzate dei disegni (a Rignano i disegni erano accompagnati dai commenti dei genitori, ndr). Infine bisogna sempre rivolgersi a consulenti affidabili che non sposino a priori la tesi dell’accusa”.
Ma per tornare al caso della scuola Olga Rovere (ieri sulla Flaminia sono stati trovati due striscioni sui quali era scritto: “Morte ai pedofili”), la professoressa Mazzoni ha una convinzione, surrogata dalla sua esperienza: “I processi nelle scuole materne hanno evidenziato quanto la verità non sia accertata, ma solo accettata grazie all’intervento dei media che invece di usare cautela ricorrono a ciò che in inglese chiamiamo sloppyness, trascuratezza: genitori terrorizzati, consulenti impreparati, metodologie giudiziarie inadeguate creano una macabra orchestra di giustizieri e quando ci si rende conto dell’errore la responsabilità viene diluita fra i diversi attori mentre la gravità del misfatto viene sminuita. E i danni sono irreversibili: la vittima, che non è stata vittima, sarà sempre tale, così come un pedofilo, che colpevole non è, lo rimarrà per sempre”
Maggio 9, 2007
Sapere della morte di un amico, di un conoscente o di uno sconosciuto è sempre un evento spiacevole, diventa sgomento quando si apprende che la causa è il suicidio. Una scelta voluta, precisa e meditata quella di lasciare tutto e tutti in cerca di qualcosa di più, di qualcosa che possa dare quella soddisfazione e quella gioia che ormai non si riesce a trovare in niente e nessuno. Non ha importanza l’età, che si ha dieci, venti, trenta o cent’anni rimane il mistero di un malessere dell’anima al quale non si riesce a dar voce e a guarire. Sbaglia chi crede che sia la malattia del secolo, la storia della depressione è la storia dell’umanità, solo il termine che identifica una sindrome psichiatrica è stato introdotto negli anni ‘ 20 dallo psichiatra tedesco Meyer, ma sin dai tempi più antichi artisti e poeti che per primi descrissero i meandri più nascosti dell’inquietudine e della sofferenza dell’animo umano, l’avevano etichettata come un’anomalia rispetto alla normalità. Sin dalle opere di Omero ce ne sono tracce, ma sicuramente la più significativa rimane la descrizione di Seneca che fa nel De Tranquillitate Animi rispondendo a Quinto Sereno:
“Il male che ci tormenta non è nel luogo in cui ci troviamo, ma è in noi stessi. Noi siamo senza forze per sopportare una qualsiasi contrarietà, incapaci di tollerare il dolore, impotenti a gioire delle cose piacevoli, sempre scontenti di noi stessi.”
Ma cos’è questo mostro il cui nome terrorizza la gente comune? Chi di noi non è mai stato depresso, ma davvero tutti noi abbiamo pensato di toglierci la vita, quando nel nostro cielo non brillavano più le stelle? Mi sono documentata, ho letto, ho cercato, non volevo un lieto fine, quello so non ci potrà più essere, cercavo delle risposte e sono arrivata a delle conclusioni: la depressione quella che ondeggia tra normalità e patologia è da considerarsi come un lutto. Cioè una normale reazione alla perdita di una persona cara, ad una grave frustrazione o ad una malattia. Il “lutto” permette, con il suo “lavoro”, di sciogliere il legame con la persona o con l’ideale perso, che diventa un ricordo e permette il recupero di nuovi rapporti affettivi e di nuovi investimenti nella realtà. Il “lavoro del lutto” coincide con una depressione, in cui l’oggetto d’amore perduto è tenuto in vita dentro di noi, ma il principio di realtà prende il sopravvento e si è di nuovo capace di guardare avanti. Quando però i sintomi depressivi non hanno un evento scatenante o persistono per troppo tempo, inizia la perdita di autostima, il senso del tempo e dello spazio cambia e c’è la percezione dell’impossibilità di uscire dalla situazione, allora si entra nella patologia. Il depresso sente se stesso, la propria vita, la realtà circostante secondo una trasformazione peggiorativa che colora tutto di qualità spiacevoli e dolorose.
L’esistenza del depresso si svuota di significato e di interesse, è vissuta nella solitudine, la morte è vista come liberatrice. Cambia il modo di essere nel mondo, soprattutto nei parametri del tempo e dello spazio. C’è la paralisi del divenire, il peso del passato si dilata, pochi atti del passato connotano tutta la storia personale e si caricano di negatività, il passato non ha più esperienze piacevoli, la nostalgia è dolorosa, il futuro inaccessibile, sbarrato, non c’è più progettualità, il presente si contrae, diventa immodificabile. Lo spazio è ristretto, angusto, chiuso, immobile, vuoto, gli oggetti diventano irraggiungibili: “mi sento lontano dentro.” Un grande Paulo Coelho (che ricordiamo passò ben tre anni in un manicomio) ci ricorda con il suo libro “Veronica decide di morire” come a volte l’esperienza depressiva, anche quella più cupa e più folle, può comunque essere un’occasione di crescita e di fuga da un tunnel buio e doloroso per poi riversarsi in una grande prateria di libertà e di speranza. Veronica passa dalla consapevolezza della morte alla consapevolezza della vita, fino alla consapevolezza della capacità di vivere ogni giorno come un miracolo, come una entusiasmante scoperta.
Il prof. Gordon Parker, dell’Università’ di New South Wales a Sidney, ha pubblicato uno studio sulle proprietà benefiche del cioccolato. Secondo Parker, esperto in problemi di depressione, mangiare cioccolato fa scattare a livello cerebrale la stessa risposta chimica dei potenti farmaci anti-ansietà. I carboidrati e gli zuccheri contenuti nel cacao, infatti, permettono la produzione di alcuni ormoni, come le endorfine e gli oppioidi, prodotti naturalmente dal cervello, piu’ velocemente di molti psicofarmaci. Sono convinta che nelle scuole, dalle elementari ai superiori, dovrebbero introdurre, non solo barrette di cioccolato per tutti ma delle ore dedicate a lezioni di felicità, per far capire come scrisse Pirandello che “la vita non si spiega, si vive. La ragione è nella vita, non può esserne fuori. La vita non bisogna porsela davanti ma sentirla dentro e viverla”. Lo so che giudicare resta il vezzo più facile e comprendere l’atteggiamento più difficile ma chi ama (un individuo, un ideale o se stesso) e paga un prezzo ama davvero. Ed e’ solo per quel poco che la vita vale la pena di essere vissuta.